Mirare al bersaglio giusto con le terapie locoregionali
Pubblicato il 04. dic, 2009 da Dott. Franco Natilli in Oncologia
Il ragionamento non fa una grinza e rispetta la storia naturale della malattia: aggredire il tumore là dove tende a ripresentarsi e colpire con terapie mirate in loco, limitando la tossicità dei farmaci sull’organismo. Un criterio che si può oggi applicare a diversi tipi di cancro: dal mesotelioma alle carcinosi o sarcomatosi peritoneali date da metastasi di tumori a stomaco, colon e ovaio; dal melanoma avanzato al glioblastoma che insidia il cervello.
Un bilancio aggiornato sulle terapie integrate locoregionali, come le chiamano gli oncologi, si è concluso a Milano, dove la Sitilo-Onlus, la società italiana che si propone di diffondere lo scambio di conoscenze su questi trattamenti innovativi, ha organizzato il suo quinto congresso nazionale.
Sono circa 500 i casi di tumori peritoneali già trattati in Italia con la nuova tecnica, che prevede prima l’intervento di peritonectomia, la rimozione del tessuto tumorale che ha invaso il peritoneo, poi la perfusione dell’addome con un liquido che contiene farmaci.
«L’addome è collegato con cateteri a una macchina tipo quella usata per la circolazione extracorporea: il liquido (da 4 a 6 litri) che entra ed esce passa in un riscaldatore dove la temperatura raggiunge i 42-43°. La perfusione in ipertermia aumenta l’efficacia dei farmaci che, somministrati localmente, possono avere concentrazioni superiori senza essere tossici» dice Marcello Deraco, chirurgo oncologo all’Istituto dei tumori di Milano e pioniere di questa tecnica in Italia.
La stessa oggi usata anche nei casi in cui tumori a stomaco, colon e ovaio diano metastasi al peritoneo. «Fino agli anni 80 il peritoneo è stato un tabù. Non era considerato un organo a sé. Le prime peritonectomie si sono fatte in Italia a metà degli anni 90» aggiunge Deraco.
A novembre partirà il primo studio clinico controllato di terapia locoregionale dell’ovaio, su 200 donne, per verificarne l’efficacia. Coinvolgerà l’Istituto dei tumori di Milano e una quindicina di centri. «L’idea è trasferire la perfusione peritoneale in ipertermia (fino a 43°) con farmaci non più solo a pazienti in fase terminale, ma a quel 20 per cento che non risponde al trattamento di prima linea» anticipa Francesco Raspagliesi, oncologo ginecologo all’Istituto dei tumori di Milano.
«Si rimuovono le aree peritoneali invase dalla malattia e si procede al lavaggio. Il confronto sarà tra un gruppo di pazienti sottoposte a terapia standard, con i farmaci di seconda linea, e un altro gruppo che aggiungerà a questi la chemioipertermia endoperitoneale».
La perfusione con farmaci tramite macchina esterna è stata già usata con risultati incoraggianti su un migliaio di casi di sarcomi e melanomi in stadio avanzato. Si isola l’arto e lo si perfonde con alte dosi di antiblastici a 41° per potenziarne l’efficacia. «In certi casi si usano oltre ai farmaci anche citochine, molecole che stimolano il sistema immunitario, e inibitori dei vasi sanguigni del tumore. O si aggiunge ai chemioterapici il fattore di necrosi tumorale, il tnf.
Le regressioni, anche se solo localmente, sono strepitose e permettono di evitare amputazioni degli arti» sottolinea Giorgio Parmiani, oncologo all’Istituto dei tumori di Milano.
Nei tumori cerebrali maligni, glioblastomi recidivanti nel 95 per cento dei casi nella stessa sede, le terapie locoregionali aprono prospettive.
Quando il chirurgo rimuove il tumore, lascia sottocute un catetere per inoculare farmaci che difficilmente passerebbero la barriera ematoencefalica e in forti dosi sono tossici.
«Attraverso il catetere inietto anticorpi monoclonali marcati con radioisotopi. Questi riconoscono il bersaglio, la cellula tumorale, e il radioisotopo gli spara a bruciapelo» dice Giovanni Paganelli, oncologo nucleare all’Ieo di Milano.
I vantaggi? «Si possono ripetere gli inoculi per protrarre la concentrazione dei farmaci e associarne di diversi per ovviare al problema della resistenza o creare sinergie tra quelli dati localmente e in modo normale» risponde Amerigo Boiardi, neuroncologo al Besta di Milano.
I limiti? Il farmaco, a seconda del tipo usato, liposolubile o idrosolubile, ha un raggio d’azione di pochi centimetri, da 2 a 4. «Tra breve chiederemo l’autorizzazione per un protocollo di ricerca: somministreremo localmente, nei glioblastomi, cellule o particelle retrovirali difettive, quindi innocue, modificate geneticamente perché rilascino il gene per una citochina, la Il-4, capace di attivare linfociti particolari, i Cd8, che attaccano le cellule tumorali» spiega Gaetano Finocchiaro, neuroncologo al Besta.
Gianna Milano (aimac.it)
