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	<title>Perfusione &#187; infarto</title>
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	<description>tutta la cardiologia on-line</description>
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		<title>Angina pectoris</title>
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		<pubDate>Tue, 13 Oct 2009 17:38:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Dott. Franco Natilli</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cardiochirurgia]]></category>
		<category><![CDATA[Emodinamica]]></category>
		<category><![CDATA[angina da sforzo]]></category>
		<category><![CDATA[angina instabile]]></category>
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		<category><![CDATA[infarto]]></category>
		<category><![CDATA[ischemia]]></category>
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		<description><![CDATA[L’angina pectoris è la manifestazione clinica più frequente e tipica della sofferenza del cuore dovuta ad una ischemia miocardica. Essa, classicamente, consiste in un dolore toracico, a localizzazione retrosternale, che presenta caratteri di costrizione, oppressione, senso di peso o, talora, di bruciore. Il dolore si irradia spesso verso il giugulo, il collo, il lato ulnare [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>L’angina pectoris è la manifestazione clinica più frequente e tipica della sofferenza del cuore dovuta ad una ischemia miocardica. Essa, classicamente, consiste in un dolore toracico, a localizzazione retrosternale, che presenta caratteri di costrizione, oppressione, senso di peso o, talora, di bruciore. Il dolore si irradia spesso verso il giugulo, il collo, il lato ulnare del braccio sinistro, o anche destro, la regione interscapolare e l&#8217;epigastrio. Rara, ma molto suggestiva della diagnosi di angina è l’irradiazione alla mandibola o ai denti. A volte, queste aree di irradiazione possono costituire la sede unica o principale del dolore causato dall’ischemia cardiaca. L’intensità del dolore può variare notevolmente, da un lieve senso di fastidio al centro del petto ad un senso diffuso di oppressione toracica, spesso accompagnato da un senso di angoscia.</p>
<p>Come detto, l’angina è il sintomo (il “segnale d’allarme”) di una sofferenza cardiaca dovuta ad una ischemia miocardica, una condizione in cui l’apporto di sangue al cuore è insufficiente a soddisfare le richieste di ossigeno e di sostanze energetiche, fondamentali per poter svolgere la propria funzione di contrazione. I meccanismi che causano ischemia miocardica (e quindi angina) sono diversi, ma le caratteristiche del dolore anginoso sono identiche, indipendentemente dalla causa dell&#8217;ischemia. Per definizione, l’ischemia miocardica che causa l’angina è transitoria; le cause che la determinano, cioè, si risolvono nel giro di 5-10 minuti (massimo 20), per cui, per definizione l’angina stessa ha durata non superiore, in genere, a 20 minuti. La forma più frequente di angina è quella da sforzo, che è causata dalla presenza di placche aterosclerotiche nelle arterie coronarie (le arterie che portano il sangue al muscolo cardiaco), che ne ostruiscono parzialmente il lume (stenosi). Le stenosi non causano, in genere, problemi a riposo, ma impediscono un aumento adeguato del flusso di sangue al cuore durante sforzi o altre condizioni (p. es., stati di stress o forti emozioni), nelle quali la richiesta cardiaca di ossigeno aumenta consistentemente. L’angina può, in altri casi, insorgere a riposo, a causa di una ostruzione grave, transitoria, di un’arteria coronaria, causata da un trombo (in genere a livello di una placca aterosclerotica) o di uno spasmo del vaso. In alcuni casi, l’angina (sia da sforzo sia a riposo) può essere causata da alterazioni dei piccoli vasi coronarici, che non sono visualizzabili alla coronarografia (cosiddetta SX).</p>
<p>Una classificazione clinica importante dell’angina è quella in stabile e instabile. Nell’angina stabile i sintomi anginosi presentano, grosso modo, sempre le stesse caratteristiche da almeno due mesi (sono, appunto, stabili); L’angina instabile, viceversa, è caratterizzata da un recente aggravamento dei sintomi anginosi (aumento di frequenza, durata, insorgenza per sforzi meno intensi o a riposo, ridotta risposta alla terapia), e rappresenta una condizione di alto rischio di sviluppare un infarto miocardico. Nei casi di dolore toracico indicativi o sospetti di angina, la conferma diagnostica di ischemia miocardica può essere ottenuta utilizzando diversi test non invasivi. Nell’angina stabile da sforzo, l’elettrocardiogramma (ECG) da sforzo è il test di base e consente una diagnosi corretta nella maggior parte dei casi. In casi selezionati o di un risultato non conclusivo dell’ECG da sforzo, si possono utilizzare test da sforzo o stress test con l’uso di farmaci, che associano all’ECG delle tecniche diagnostiche di immagine, che consentono una valutazione del flusso di sangue al miocardio (scintigrafia) o della funzione contrattile del cuore (ecocardiografia). In soggetti con sospetta angina a riposo può essere particolarmente utile eseguire una registrazione ECG di 24-48 ore con metodica Holter. La dimostrazione definitiva e sicura della presenza o assenza di placche aterosclerotiche nelle arterie coronarie può essere ottenuta, tuttavia, solo eseguendo una coronarografia (v. Angioplastica e stent coronarici). Il decorso clinico dell’angina pectoris dipende dai meccanismi che la determinano. Nelle forme stabili, in genere prevalentemente legate a sforzi, la prognosi è oggi piuttosto buona quando si attuino uno stile di vita e un trattamento adeguato. Le forme di angina instabile, d’altro canto, vanno prontamente riconosciute e seguite in ospedale per il maggiore rischio di sviluppare complicanze a breve termine, e richiedono nella fase acuta trattamenti farmacologici più aggressivi e, in diversi casi, una valutazione coronarografica. Il trattamento medico dell’angina si basa su farmaci che possono prevenire gli episodi di ischemia miocardica (beta-bloccanti, calcio-antagonisti, nitrati) e su farmaci che evitano la progressione della malattia aterosclerotica coronarica e ne prevengono maggiormente le complicanze (anti-aggreganti, statine, anticoagulanti).</p>
<p>Risulta poi fondamentale il controllo dei fattori di rischio cardiovascolare, con un opportuno stile di vita ed eventuali terapie farmacologiche (v. Prevenzione cardiovascolare). Nei pazienti sintomatici sempre più utilizzata è la rivascolarizzazione delle arterie coronarie stenotiche con interventi di angioplastica coronaria con impianto di stent (v. Angioplastica e stent coronarici), ma in casi selezionati è necessario ricorrere ad intervento chirurgico di by-pass aorto-coronarico per trattare la malattia coronaria e l’angina.</p>
<p>Fonte:  corriere.it</p>
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		<title>Omega-3 per prevenire le aritmie</title>
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		<pubDate>Wed, 07 Oct 2009 16:32:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Dario Petraroia</dc:creator>
				<category><![CDATA[Elettrofisiologia]]></category>
		<category><![CDATA[aritmie]]></category>
		<category><![CDATA[cardiache]]></category>
		<category><![CDATA[infarto]]></category>
		<category><![CDATA[omega-3]]></category>

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		<description><![CDATA[Riducono il rischio in pazienti con insufficienza cardiaca. L'effetto è rapido e poi si mantiene ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il Gruppo Italiano per lo Studio della Sopravvivenza nell&#8217;Infarto (GISSI) ha prodotto una miniera di dati e scoperte che, negli ultimi 25 anni, hanno cambiato l&#8217;approccio all&#8217;infarto e alle malattie di cuore. L&#8217;ultimo risultato è stato presentato a Barcellona, al congresso dell&#8217;European Society of Cardiology, dove gli italiani hanno riferito che un adeguato apporto di acidi grassi polinsaturi omega-3 riduce gli episodi di aritmia nei pazienti con insufficienza cardiaca.<br />
STUDIO – Il GISSI sta studiando da tempo l&#8217;effetto degli omega-3 sulla salute del cuore: il primo studio sul tema è il GISSI-Prevenzione e risale al 1993-1995, quando i ricercatori dimostrarono che gli omega-3 (un grammo al giorno) riducono la mortalità nei pazienti reduci da un infarto. Dieci anni dopo gli italiani provarono lo stesso protocollo su persone con insufficienza cardiaca, scoprendo che anche in questo caso i grassi polinsaturi diminuiscono la mortalità (meno 9 per cento) e i ricoveri per problemi cardiovascolari (meno 8 per cento). A Barcellona sono stati presentati dati che approfondiscono questo tema: in una sperimentazione che ha coinvolto 6975 persone con insufficienza cardiaca, i ricercatori hanno voluto valutare l&#8217;effetto degli omega-3 sulle aritmie ventricolari e su quelle fatali. I risultati indicano chiaramente che gli omega-3 proteggono dal “cuore ballerino”: metà della riduzione di mortalità sui pazienti con insufficienza cardiaca è proprio da imputare al fatto che gli acidi grassi diminuiscono il pericolo di aritmie fatali. Scende anche del 17 per cento la probabilità aritmie gravi, ventricolari e non.<br />
PROTEZIONE – «Con il GISSI-Prevenzione dimostrammo che nel post-infarto gli omega-3 determinavano una protezione immediata dalla morte improvvisa – racconta Roberto Marchioli del Laboratorio di Epidemiologia Clinica delle Malattie Cardiovascolari del Mario Negri Sud di Santa Maria Imbaro, responsabile della ricerca –. Con il GISSI-HF siamo andati a vedere se tale effetto si verificasse anche nei pazienti con scompenso, che sono più complessi: in questo caso vedemmo che le curve di mortalità non si separavano immediatamente dopo l&#8217;avvio del trattamento con omega-3, ma che c&#8217;era una parte di mortalità di fatto non prevenibile in questo modo. Stavolta allora abbiamo analizzato nello specifico gli eventi aritmici, verificando che gli omega-3 sono protettivi con un effetto che, di nuovo, emerge molto precocemente e si mantiene durante tutta la durata del trattamento». La mortalità per scompenso non prevenibile con gli omega-3, quindi, non dipende da alterazioni del ritmo del cuore.<br />
COME FUNZIONANO &#8211; Ma come funzionano questi acidi grassi? «Modificano il profilo elettrofisiologico dei canali ionici che si trovano sulla membrana delle cellule cardiache: in questo modo agiscono sugli impulsi elettrici che fanno contrarre il cuore, con un effetto finale che di fatto si traduce in una riduzione del rischio di aritmie», risponde Marchioli.<br />
DOSI – Di vera e propria terapia però si tratta, è bene sottolinearlo: i medici hanno cercato di aumentare i livelli endogeni di omega-3 con capsule “concentrate”, a dosi che non si raggiungono certo con la dieta. «Questi grassi, è noto, si trovano nel pesce azzurro. Ma in Italia il consumo è comunque abbastanza modesto e i livelli di omega-3 della popolazione generale sono mediamente bassi: per questo abbiamo dato integratori che consentissero di arrivare a un grammo al giorno. In altri termini, un intervento simile deve essere intrapreso dietro consiglio del medico», specifica il ricercatore. D&#8217;altro canto però uno studio appena pubblicato su FASEB Journal segnala che una dose giornaliera di appena 200 milligrammi di omega-3 modifica in positivo marcatori biochimici di rischio cardiovascolare, dopo appena otto settimane. Marchioli non si stupisce, e osserva: «Anche il semplice consumo di pesce è protettivo, e con quello non si arriva di certo a un grammo al giorno. Questo per dire che gli omega-3 hanno effetti variegati e sicuramente anche a dosi più basse agiscono in positivo, se non altro su alcuni aspetti legati al rischio cardiovascolare». Se quindi non ci sono indicazioni specifiche per ricorrere agli integratori, di certo una dieta molto ricca di omega-3 è già un buon punto di partenza per pensare al benessere del cuore. </p>
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