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	<title>Perfusione &#187; terapie locoregionali</title>
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		<title>Mirare al bersaglio giusto con le terapie locoregionali</title>
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		<pubDate>Fri, 04 Dec 2009 15:39:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Dott. Franco Natilli</dc:creator>
				<category><![CDATA[Oncologia]]></category>
		<category><![CDATA[Chemioterapico]]></category>
		<category><![CDATA[Perfusione ipertermica antiblastica]]></category>
		<category><![CDATA[terapie locoregionali]]></category>

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			<content:encoded><![CDATA[<p>Il ragionamento non fa una grinza e rispetta la storia naturale della malattia: aggredire il tumore là dove tende a ripresentarsi e colpire con terapie mirate in loco, limitando la tossicità dei farmaci sull&#8217;organismo. Un criterio che si può oggi applicare a diversi tipi di cancro: dal mesotelioma alle carcinosi o sarcomatosi peritoneali date da metastasi di tumori a stomaco, colon e ovaio; dal melanoma avanzato al glioblastoma che insidia il cervello.<br />
Un bilancio aggiornato sulle terapie integrate locoregionali, come le chiamano gli oncologi, si è concluso a Milano, dove la Sitilo-Onlus, la società italiana che si propone di diffondere lo scambio di conoscenze su questi trattamenti innovativi, ha organizzato il suo quinto congresso nazionale.<br />
Sono circa 500 i casi di tumori peritoneali già trattati in Italia con la nuova tecnica, che prevede prima l&#8217;intervento di peritonectomia, la rimozione del tessuto tumorale che ha invaso il peritoneo, poi la perfusione dell&#8217;addome con un liquido che contiene farmaci.<br />
«L&#8217;addome è collegato con cateteri a una macchina tipo quella usata per la circolazione extracorporea: il liquido (da 4 a 6 litri) che entra ed esce passa in un riscaldatore dove la temperatura raggiunge i 42-43°. La perfusione in ipertermia aumenta l&#8217;efficacia dei farmaci che, somministrati localmente, possono avere concentrazioni superiori senza essere tossici» dice Marcello Deraco, chirurgo oncologo all&#8217;Istituto dei tumori di Milano e pioniere di questa tecnica in Italia.<br />
La stessa oggi usata anche nei casi in cui tumori a stomaco, colon e ovaio diano metastasi al peritoneo. «Fino agli anni 80 il peritoneo è stato un tabù. Non era considerato un organo a sé. Le prime peritonectomie si sono fatte in Italia a metà degli anni 90» aggiunge Deraco.<br />
A novembre partirà il primo studio clinico controllato di terapia locoregionale dell&#8217;ovaio, su 200 donne, per verificarne l&#8217;efficacia. Coinvolgerà l&#8217;Istituto dei tumori di Milano e una quindicina di centri. «L&#8217;idea è trasferire la perfusione peritoneale in ipertermia (fino a 43°) con farmaci non più solo a pazienti in fase terminale, ma a quel 20 per cento che non risponde al trattamento di prima linea» anticipa Francesco Raspagliesi, oncologo ginecologo all&#8217;Istituto dei tumori di Milano.<br />
«Si rimuovono le aree peritoneali invase dalla malattia e si procede al lavaggio. Il confronto sarà tra un gruppo di pazienti sottoposte a terapia standard, con i farmaci di seconda linea, e un altro gruppo che aggiungerà a questi la chemioipertermia endoperitoneale».</p>
<p>La perfusione con farmaci tramite macchina esterna è stata già usata con risultati incoraggianti su un migliaio di casi di sarcomi e melanomi in stadio avanzato. Si isola l&#8217;arto e lo si perfonde con alte dosi di antiblastici a 41° per potenziarne l&#8217;efficacia. «In certi casi si usano oltre ai farmaci anche citochine, molecole che stimolano il sistema immunitario, e inibitori dei vasi sanguigni del tumore. O si aggiunge ai chemioterapici il fattore di necrosi tumorale, il tnf.<br />
Le regressioni, anche se solo localmente, sono strepitose e permettono di evitare amputazioni degli arti» sottolinea Giorgio Parmiani, oncologo all&#8217;Istituto dei tumori di Milano.<br />
Nei tumori cerebrali maligni, glioblastomi recidivanti nel 95 per cento dei casi nella stessa sede, le terapie locoregionali aprono prospettive.<br />
Quando il chirurgo rimuove il tumore, lascia sottocute un catetere per inoculare farmaci che difficilmente passerebbero la barriera ematoencefalica e in forti dosi sono tossici.<br />
«Attraverso il catetere inietto anticorpi monoclonali marcati con radioisotopi. Questi riconoscono il bersaglio, la cellula tumorale, e il radioisotopo gli spara a bruciapelo» dice Giovanni Paganelli, oncologo nucleare all&#8217;Ieo di Milano.<br />
I vantaggi? «Si possono ripetere gli inoculi per protrarre la concentrazione dei farmaci e associarne di diversi per ovviare al problema della resistenza o creare sinergie tra quelli dati localmente e in modo normale» risponde Amerigo Boiardi, neuroncologo al Besta di Milano.<br />
I limiti? Il farmaco, a seconda del tipo usato, liposolubile o idrosolubile, ha un raggio d&#8217;azione di pochi centimetri, da 2 a 4. «Tra breve chiederemo l&#8217;autorizzazione per un protocollo di ricerca: somministreremo localmente, nei glioblastomi, cellule o particelle retrovirali difettive, quindi innocue, modificate geneticamente perché rilascino il gene per una citochina, la Il-4, capace di attivare linfociti particolari, i Cd8, che attaccano le cellule tumorali» spiega Gaetano Finocchiaro, neuroncologo al Besta.</p>
<p>Gianna Milano (aimac.it)</p>
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